Qualche pensiero sugli articoli lunghi

In America si discute da qualche anno sul fenomeno degli articoli lunghi pubblicati sui giornali e favoriti da internet. Le parole per definire questi articoli sono numerose. Quasi tutti coloro che ne parlano lo definiscono Long-form journalism, cioè semplicemente giornalismo in forma lunga. Per qualcuno è un fenomeno nuovo e senza valore; per qualcun altro è la porta per una riforma del giornalismo. Come anticipato, proviamo a tracciare un breve percorso in questo mare magnum quasi del tutto sconosciuto in Italia. 

 

Almeno sette pagine, ma anche venti: l’anti-Twitter 

Perché un articolo si consideri long-form deve avere dalle dalle 10000 alle 20000 parole, a occhio e croce lungo almeno come i primi due capitoli dei Promessi sposi. Per qualcuno invece bastano 1000 parole per definirlo così: diciamo che non c’è accordo sulla definizione. Ma in generale, sull’argomento, proliferano più i giudizi che le certezze, forse perché questo fenomeno è basato più sul successo di pubblico che sui vincoli delle definizioni. 

Già il social network Twitter qualche anno fa ha raddoppiato il limite di 140 caratteri per i messaggi condivisi, come a dire che per esprimersi compiutamente quelli non bastavano. Ma chi scrive articoli lunghi (per semplicità li chiameremo anche così) predilige la quantità alla qualità? Secondo il co-fondatore dell’Atlantic Magazine, James Bennet, è proprio così: la verbosità è l’unica caratteristica di questi articoli. Si scaglia contro i giornalisti che pubblicizzano gli articoli lunghi come garanzia di qualità: secondo Bennet l’opposizione non è articoli lunghi – articoli brevi, bensì buoni e cattivi contenuti.

Coloro che invece approvano questa forma che ora sta avendo successo ritengono che il discorso sia opposto. La lunghezza sembra essere necessaria per usare nelle narrazioni uno stile tutto particolare chiamato narrative journalism (giornalismo narrativo), a sua volta branca della creative nonfiction (saggistica creativa). Tutti nomi inglesi dato che la bibliografia italiana è sostanzialmente inesistente e non esiste lessico  per indicare un altro fenomeno abbastanza semplice per quanto raro qui da noi: secondo i numerosi sostenitori, gli articoli lunghi sono rivoluzionari grazie alla tecnica con cui sono scritti. 

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La saggistica narrativa (narrative nonfiction)

Questo articolo è un’introduzione piuttosto generale al tema, quindi mi si perdonino delle semplificazioni. La narrative nonfiction è la tecnica con cui vengono scritti quasi tutti gli articoli lunghi. Lee Gutkind nel libro The Best Creative Nonfiction, Vol. 1 dà una propria definizione precisa:  «Il primo obiettivo dell’autore di saggistica narrativa è comunicare informazione, come un giornalista, ma anche di plasmarla in modo tale da poterla leggere come un racconto di fantasia». L’autore prende un fatto reale, una storia, e la racconta come se fosse un romanzo o una novella.

Porto come esempio un articolo che ho letto di recente sul The New Yorker (tradotto sul numero 1353 di Internazionale). Si tratta di un reportage sulla caduta del governo di Evo Morales in Bolivia e sul governo attualmente reggente di Jeanine Áñez. Il pezzo assume valore e si differenzia dagli altri reportage per collocarsi nell’alveo della saggistica narrativa perché possiede almeno due caratteristiche: riporta interviste ad alcuni personaggi che si articolano in un vero proprio sistema (protagonista-antagonista, aiutanti) ed è collocato nello spazio e nel tempo. Il pezzo è scritto con una particolare attenzione al lessico e alla ricercatezza del linguaggio, nonché alle scelte narrative e alle descrizioni, esattamente come avviene (o dovrebbe avvenire) in un romanzo o in un racconto. 

L’attenzione all’aspetto narrativo può essere considerato uno dei punti deboli degli articoli lunghi di narrative nonfiction perché si ritiene che l’oggettività venga meno se si scrive come un romanzo. Secondo i detrattori, chi scrive articoli del genere cederebbe alla tentazione di accattivarsi il lettore romanzando alcune parti, venendo meno ai principi di veridicità del giornalismo. Purtroppo, bisogna notare, è sotto gli occhi di tutti che anche i giornali che riportano articoli brevi e notizie ridotte all’essenziale spesso cadono nel medesimo errore, poiché mistificano la verità con titoli magniloquenti o virgolettati travisati. 

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Una stirpe senza capostipite? Una carrellata

Qual è il primo articolo del genere long-form? I compilatori della pagina di Wikipedia in lingua inglese sul tema legano gli articoli lunghi alla trattatistica prima medievale, poi umanistica e infine ai pamphlet. Sembra una lettura piuttosto semplificatoria del tema. Bisogna ammettere però che, per quanto scientificamente infondata, l’idea che il long-journalism sia figlio della trattatistica conduce a una constatazione che sembra logicamente sensata: nessuno ha inventato nulla. L’uomo è narrazione e pare sensato ritenere che le notizie raccontate sotto questa forma possano essere sempre appartenute all’orizzonte umano. Difficile dunque è riscontrare un primo esempio di questa forma di giornalismo narrativo. Però è ugualmente ardito metterlo in diretta relazione con la trattatistica, nella quale la componente narrativa non era sempre presente. Nell’impossibilità di tracciare una storia pare razionale parlare di alcuni esempi del passato

Di norma sono considerati esempi “storici” di long journalism tutti quegli esperimenti letterari di fusione di realtà e fantasia (sebbene, si badi bene, se si parla di long journalism è fondamentale rammentare il principio di veridicità). Un articolo del The New Yorker del 2015 firmato Richard Brody vede in Hemingway il padre del long-form, poiché in molte opere unisce narrazione a realtà. Non bisogna, però, appiattire tutto a una “mitologia degli articoli lunghi”: non tutto ciò che è stato scritto dall’uomo nel passato che fosse lungo più di un racconto e meno di un romanzo breve può essere considerato long-form journalism.

Poi c’è il famosissimo pezzo sulla mazza da baseball del giornale online Grantland: con un lungo volo (non sempre pindarico) passa dalla storia di un oggetto a una storia umana. In America si scatenò un dibattito sul reale valore di quel testo, lungo all’incirca 7500 parole.

Truman Capote si considera invece il fondatore del nonfiction novel, cioè del romanzo non di fantasia. Con il suo A sangue freddo (In Cold Blood) racconta di un quadruplice omicidio realmente avvenuto, parlando anche del contesto, dell’ambiente che circonda il macabro avvenimento. I suoi articoli escono a partire dal 1965 per il New Yorker e poi verranno raccolti in volume (in Italia è edito da Garzanti). 

Poi ci sono esperimenti come il famoso Snowfall del 2012 pubblicato online dal New York Times: quello è multimedia storytelling, cioè il racconto online che coniuga lunghezza, saggistica, stile romanzato, immagini, video e audio. Questo è stato un esperimento gravido di conseguenze sul giornalismo mondiale.

Dove li posso leggere?

Non è semplice leggere articoli lunghi in italiano. Consiglierei il quotidiano Il Foglio perché è la testata che pubblica più di frequente articoli simili a quelli che si scrivono all’estero, sebbene con uno stile diverso. 

Articoli lunghi come quelli citati in questo pezzo non credo ne siano stati scritti di recente in italiano: i reportage scarseggiano così come la saggistica narrativa. Il settimanale Internazionale pubblica di frequente valide traduzioni di articoli lunghi. 

La lingua inglese è la chiave per accedere al paradiso dei long-form: ci sono numerosi siti internet che pubblicano contenuti del genere, completamente gratuiti. Consiglio Medium e Narratively, ma ne esistono numerosissimi: se parlate la lingua, digitate su internet e ne troverete di tutti i gusti. 

Come si sarà intuito da questi esempi, gli articoli lunghi trattano dei temi più disparati, ma hanno come comune denominatore il fatto che raccontano storie di umanità in una forma interessante, approfondita e veridica. 

Personalmente trovo il tema molto interessante perché molto dibattuto in America e solo poco conosciuto in Italia. 

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