Una visione del mondo che verrà

Si approssima l’inizio della seconda fase della gestione della pandemia da coronavirus in Italia. Sono ancora tante le incertezze e i dubbi, ma tutti noi abbiamo dei sogni per il futuro, ormai prossimo. Ma non parliamo dei sogni più belli, quelli legati agli amori, alle amicizie e ai legami familiari troncati dalla chiusura forzata, parliamo del mondo nuovo che potrebbe nascere. Se ci impegneremo, è molto probabile che fra dieci anni ci guarderemo alle spalle e vedremo qualche frutto positivo nato da questo periodo.

 

Comprendere le opinioni 

Apro questa mia visione del mondo che verrà con una speranza molto diversa dalle altre. Questa è una speranza che temo non diventerà realtà, per almeno due motivi: richiederebbe una consapevolezza globale e non si adatta al momento di crisi economica e sociale che probabilmente seguirà l’epoca in cui stiamo vivendo. Però i sogni non hanno limiti e non costano niente

Sarebbe proprio bello che, dopo il coronavirus, saremo capaci di distinguere l’informazione dall’opinione. Prima del virus la scienza, a qualcuno, sembrava nemica: meglio fidarsi di teorie diverse e nuove. Perché pensare che un medico possa essere la persona di cui fidarsi, se c’è gente che racconta storie più convincenti? 

Poi è arrivato il covid e ci siamo accorti di quanto sia importante quello che ci dice il medico e di come, senza di lui, noi e i nostri cari non potremmo neanche sperare di salvarci. Però poi è capitata una cosa spaventosa: quello che dicono i medici non era certezza. Ci si è accorti che la medicina non ha la cura per molte più patologie di quante pensavamo. Non ci ha aiutato che due medici, sommi studiosi entrambi, avessero opinioni così diverse in merito al virus, alla sua cura e alla sua natura. Il risultato è che ci siamo accorti che anche la medicina, a volte, era questione di opinioni, interpretazioni, visioni diverse e dibattiti

Forse qualcuno di noi si è dato allo scetticismo, qualcuno alla rabbia e qualcun altro ha rinunciato in partenza a capire e a informarsi. Qualcuno però, spero, in futuro si ricordi di questi momenti di incertezza e abbia imparato che un conto è una notizia – un fatto – un conto è l’opinione – cioè un’interpretazione del fatto stesso, del tutto personale. E spero che avremo capito che le opinioni, se provenienti da persone che ci paiono autorevoli, vanno ascoltate: starà poi a noi farci un’idea. E se due medici, stimabili e autorevoli, dessero due opinioni contrastanti, al posto che scoraggiarci, magari penseremo che siamo umani: non sempre sappiamo spiegare tutto. Perciò magari in futuro, proprio in quanto umani, daremo ascolto a tutti, ma ci faremo la nostra idea, senza pressioni o semplificazioni. 

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Un mondo più elastico e più tecnologico

Da un giorno all’altro (letteralmente) il nostro mondo è cambiato. Abbiamo dovuto forzatamente chiudere il nostro negozio, la ditta; ci hanno lasciato a casa dall’ufficio, da scuola e dall’università. Ci siamo trovati come pesci fuor d’acqua: non sapevamo organizzarci e nessuno ci dava gli strumenti e le informazioni che ci servivano. Le lezioni online hanno faticato a partire e a funzionare bene per gli studenti; chi lavora in ufficio non riusciva da casa ad accedere a tutte le risorse lasciate in ufficio perché i sistemi informatici non erano predisposti; i negozi non avevano tutti i contatti per consegnare a domicilio e mantenere la clientela. Per non parlare delll’e-commerce, preso anche questo alla sprovvista. Ma poi ci siamo adeguati e abbiamo cominciato a vivere la nostra non-vita: videoconferenze, lezioni online, lavoro agile. Non tutti ci sono riusciti e non tutti i lavori possono essere svolti a distanza, ovviamente. Ma per molti settori la pandemia è stata un motore di innovazione tecnologica e un cambiamento radicale di mentalità. Si è scoperto che non servivano investimenti troppo ingenti per permettere ai propri impiegati di accedere ai server aziendali. Spesso non era necessario acquistare nessun dispositivo: bastava insegnare ai lavoratori come fare, favorendoli con la giusta assistenza tecnica.

Queste esperienze, innescate dal coronavirus, ci hanno mostrato la via per il futuro. I sistemi informatici che già abbiamo ci permettono di risparmiare molti viaggi in treno e in aereo. Se davvero sarà necessario lavorare sei giorni (o addirittura sette) alla settimana per diluire i flussi verso le grandi città, allora, memori di queste chiusure, useremo più intelligentemente e attivamente la tecnologie. Magari riusciremo a lavorare da casa un giorno alla settimana, risparmiando tempo, evitando contagi. Ugualmente produttivi, magari riusciremo anche a ricavare più tempo per noi e per i nostri interessi. 

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Un mondo (anche) a misura di nonno 

Gli anziani rappresentano la maggioranza degli ammalati e delle vittime del coronavirus, seguiti dai più deboli di salute. Non appena si è scoperta questa tendenza, abbiamo intimato loro di barricarsi in casa. Ma abbiamo scoperto che non ce la potevano fare, principalmente per due motivi: la solitudine e l’impossibilità di accedere alle tecnologie (e dunque di fare la spesa o semplicemente di trovare i contatti dei servizi essenziali). I più fortunati sono stati aiutati da figli e nipoti, ma il disagio peggiore l’hanno subito coloro che vivevano distanti dai famigliari. Esempi virtuosi ce ne sono stati diversi: catene di aiuto e di volontariato hanno costituito la salvezza di molti anziani; molti negozi di quartiere e di paese hanno attivato servizi di consegna a domicilio per chi ne aveva più bisogno.

Per il futuro immagino una vera struttura di aiuto per chi ha bisogno di aiuto. Niente di utopistico, anche se l’affermazione purtroppo potrebbe sembrarlo. Sarebbe importante imparare da questa esperienza che sono necessari strumenti semplici ma efficaci per anziani, disabili e per tutti coloro che non hanno la possibilità di uscire agevolmente di casa. Oltre alla spesa a domicilio, immagino un mondo dove chi ha necessità può parlare con medici, psicologi, con la banca e con gli uffici pubblici agevolmente via internet e al telefono. Sembra difficile immaginarlo in un paese come il nostro, ma tanti casi positivi lasciano ben sperare. 

La solitudine – stato così pericoloso, soprattutto perché potrebbe essere anticamera di problemi psicologici  – si può contrastare in molti modi. Uno di questi è costituito dai servizi sociali adeguatamente ampi e radicati sul territorio.

 

Un mondo più silenzioso 

Si sente il treno anche a chilometri dalla ferrovia, quando prima si sentiva soltanto il frastuono del traffico; le strade che dividono l’entroterra dal mare sono vuote, e si sente lo sciabordio; gli uccelli che si posano sul ramo di uno degli alberi del parchetto ci svegliano al mattino. Tutti suoni che avevamo perso, ma che sarebbe bello preservare ora che li abbiamo riconquistati. Se davvero, come pare dalle prime linee guida stilate dalle organizzazioni governative, il mondo che verrà non conoscerà più ore di punta, allora è probabile che tutti questi suoni possano tornare a far parte della nostra vita. Se il traffico sarà più diluito, magari la domenica mattina ci capiterà ancora di sentire la natura che si fa strada nelle nostre città. Non è solo l’ideale bucolico a giudarmi in questo sogno, bensì la consapevolezza che la presenza dei suoni della natura nelle nostre città equivale a un’aria meno mefitica e inquinata: la riscoperta dei cinguettii ci sia da monito per non perdere di vista gli effetti deleteri dell’inquinamento. È probabile che in un primo tempo, nel mondo che verrà, le auto private ritornino a essere il mezzo privilegiato in alcune situazioni (a discapito del mezzo pubblico), ma a lungo termine, se davvero impareremo a lavorare con orari diversi, probabilmente il mondo sarà più silenzioso e meno inquinato. 

 

Un mondo a piedi e in bicicletta

Un mondo con più auto in un primo tempo, senza dubbio. Probabilmente i pendolari avranno più difficoltà a usare i treni nel prossimo futuro, se davvero l’accesso sarà pesantemente contingentato. Nel frattempo, nelle città sembra si stia davvero ridisegnando il concetto di mobilità: la bicicletta, a Milano e New York, la si sta considerando come un’opzione e non più solo come svago. Sembra che, per chi potrà, si immagini una città dove si cammina a piedi e si usino di meno mezzi pubblici e privati. 

Temo che al momento gli scenari prospettati assomiglino più a favole che a progetti. I pendolari della regione Lombardia non potranno mai usare la bicicletta per il tragitto casa – lavoro e il mezzo privato sarà l’unica soluzione, col risultato contrario a quello auspicato.

Ma il problema del contagio tenderà a risolversi nel futuro: costretti dalla necessità, il mondo che nascerà avrà maggiori spazi per le persone e meno per le auto. Rientrata l’emergenza, rimarrà qualche chilometro in più di piste ciclabili, il limite di 30 km/h per le auto e l’abitudine a camminare di più (almeno per coloro che possono farlo). Come a dire che, a fronte di un iniziale stress per il traffico e l’inquinamento, il mondo che verrà sarà un mondo rivoluzionato in senso più verde. Si potrà ritornare a prendere i mezzi pubblici come prima, e magari la frequenza, la capienza e la pulizia sarà anche migliorata. Senza che nessuna Greta Thunberg abbia sollecitato i sindaci a intervenire, il mondo che verrà sarà più ecosostenibile. 

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Un mondo meno affollato

Il mondo è di massa, in tutti i sensi, da decenni, ed è andato sempre peggio (o meglio, in base a come si considera la questione). I simboli della nostra società, non a caso, sono i marciapiedi affollati di Manhattan, di Pechino, di Milano o di qualunque città ci venga in mente, perché tutto il mondo è così. Anzi, tutto il mondo era così. Chissà se quando le nostre attività ricominceranno, le nostre città saranno così traboccanti di persone. Probabilmente la risposta è sì, lo saranno e per fortuna. Però qualcosa di bello potrebbe nascere. Se si imparerà il lavoro agile, l’ordine per entrare nei luoghi chiusi, le file per andare al supermercato, probabilmente non si vedranno più situazioni pericolose e insensate di aule universitarie sovraffollate, accessi agli stadi o ai concerti di masse incontrollate di persone, strade enormemente stipate di turisti. Se il mantra «niente ore di punta» sarà davvero una realtà, anche i trasporti pubblici saranno meglio dimensionati rispetto alla domanda. 

Magari, nel mondo che immagino, la socialità non equivarrà a pericolosa massa incontrollata di gente, bensì a una scelta di convivialità sicura e protetta in cui la persona possa esprimersi e interagire. 

 

Da ultimo 

Nel mio sogno ci sono molti esclusi. Non ho sognato un mondo con una sanità meglio strutturata e pronta a ogni evenienza. Non ho sognato un mondo dove la ricerca scientifica, l’università e tutti coloro che lavorano nell’ombra, pronti a venire alla luce in questi momenti di emergenza, siano tenuti in adeguata considerazione. Non si considerino queste mancanze come dimenticanze. Il mondo che verrà lo sogno migliore, ma starà a noi, a ogni livello, crearlo. Se davvero vorremo un mondo migliore, dovremo impegnarci di giorno in giorno. Questa visione sarebbe infinita, se davvero volessimo la completezza. Il mondo che verrà, però, sarà figlio di quello presente e nostro, che lo abitiamo. Ma non smettiamo di sognare quando verrà la rinascita, perché le idee, domani come non mai, saranno la chiave per una svolta.

 

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