“La cultura orizzontale” di Solimine e Zanchini: uno sguardo sul nostro mondo

Recensione del saggio La cultura orizzontale di Solimine e Zanchini, Laterza 2020.

Ho scoperto questo libro per puro caso: la biblioteca che frequento di più l’aveva appena acquistato e lo aveva esposto. Nessuno aveva pensato di prenderlo in prestito e, continuando a vederlo, l’ho portato a casa. Non avevo aspettative, se non forse un po’ di soggezione: un libro di piccolo formato e di poco meno di 177 pagine di testo, ma folto di dati e con qualche grafico. In realtà si è rivelato una piacevole scoperta.

Gli autori, Solimine, e Zanchini, un giornalista volto noto della TV (conduce Tante storie su Rai 3) e un accademico, compiono un piccolo miracolo. Riescono a parlare di giovani, di cultura, di dati e di futuro senza sembrare delle novelle Cassandre.

 

La cultura orizzontale

La definizione di cultura orizzontale è lo scopo del saggio stesso, dunque mi limiterò a dare un assaggio di questa tesi: nel caso vi incuriosisse, state certi che il libro si occuperà di definire il concetto nei dettagli.

La rete garantisce a tutti la possibilità di partecipare (con ovviamente delle notevoli differenze che il saggio si occupa di mettere in luce), di produrre e di commentare. Dunque internet si configura come una grande occasione di produzione e di fruizione di cultura. Ma la cultura, fino all’avvento della rete, aveva un andamento verticale.

Considerando come andavano le cose fino a pochi anni fa, il sapere era organizzato in mondi nettamente separati: il sapere colto era collegato alle strutture scientifiche ufficiali e prodotto dagli ambienti universitari; il sapere organizzativo o burocratico era legato ai mondi delle amministrazioni pubbliche e delle imprese con scopo puramente pratico. Infine, era presente il sapere che si potrebbe definire, con un termine piuttosto generico, popolare. Il primo di questi tre saperi, quello colto prodotto principalmente dalle università, è l’esempio lampante della verticalità della trasmissione della cultura: essa veniva prodotta da professionisti del sapere ed era rivolta in primo luogo ad alimentare una tradizione e infine, come ultima istanza, a tutti, attraverso la divulgazione. Questo sapere dunque era fortemente filtrato da degli intermediari. La stessa cosa poteva valere anche per il secondo mondo del sapere, quello burocratico – professionale, anche se forse in misura minore.

Per concludere un discorso che si presta a essere approfondito: la cultura orizzontale è una cultura senza intermediari a cui tutti possono partecipare come fruitori e come produttori.

Da queste considerazioni di tipo teorico, il saggio si muove verso una fotografia dell’approccio alla cultura da parte soprattutto dei giovani nel mondo di oggi. Ma non ci si faccia spaventare dalle sottigliezze delle premesse, perché gli autori riescono in un intento molto difficile: mostrano il mondo contemporaneo con rigore scientifico, dati alla mano, senza farsi intimidire dal mondo giovanile.

 

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Cos’è la cultura

La categoria sociale e antropologica di cultura è sempre stata piuttosto complessa da definire. In questo saggio si considera la cultura in senso piuttosto lato e dunque si spazia dalla parola scritta alla cultura del fare; dall’informazione all’intrattenimento, alla musica, ai videogiochi, alla televisione e ai festival.

Probabilmente è anche la presenza di Giorgio Zanchini a rendere le parti dedicate alla televisione e alla radio particolarmente a fuoco. Nello specifico è notevole come il testo non perda mai di rigore e interesse neppure di fronte a fenomeni particolarmente recenti di cui si occupano ancora i giornali. Si parla di servizi di streaming quali Netflix e Amazon Prime Video con lo stesso rigore con cui si citano saggi di sociologia.

 

I giovani e le sfide educative

Senza mai cadere in allarmismi o pessimismi, si mettono in luce le possibili conseguenze di questa cultura orizzontale nel mondo di oggi. In particolare il capitolo che analizza il rapporto fra i giovani e l’informazione si conclude con un’annotazione che vale la pena riportare.

«[…] nel mondo di ieri erano i giornalisti-mediatori a costruire significati, orientare il lettore, l’ascoltatore, il telespettatore; giornalisti che si muovevano all’interno di un sistema gerarchico, limitato, controllabile. Oggi, nell’era della disintermediazione, siamo tutti noi a fare direttamente il lavoro di selezione.» P. 97

E che cos’è che aiuterà i giovani in questo compito di selezione delle informazioni e, in ultima istanza, di acquisizione della cultura? Senza dubbio è l’educazione, soprattutto quella digitale, intesa anche come capacità di distinguere informazioni buone da informazioni cattive.

 

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La lingua

Il linguaggio che si adotta in questo saggio l’ho trovato piuttosto notevole e sostanzialmente innovativo. La cultura di oggi, in particolare quella giovanile e quella legata alla finanza, è strettamente legata alla lingua inglese dunque spesso alcuni concetti non hanno un lessico appropriato in lingua italiana. In alcuni contesti ciò ha provocato la nascita di una lingua quasi ibrida fra inglese e italiano, del tutto impropria e destinata a una vita breve fuori dai contesti in cui è nata (ad esempio alcuni uffici che si occupano di marketing o pubblicità). I due autori sono riusciti a non cadere nel tranello, producendo un testo molto equilibrato: solo quando strettamente necessario si utilizzano i termini inglesi o – fatto ancor più notevole – quando questi risultano più adatti. Infatti, se l’eccesso di anglicismi è un delitto, lo è anche la penuria: quando il termine business pare più appropriato nel contesto, i due autori lo adottano senza remore. Il dettato dunque può essere un notevole esempio di stile piano e di un italiano in grado di affrontare il futuro, che sarà affollato di inglesismi.

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