Marina Abramović: “Walk Through Walls. A Memoir”

Nel 2016 Marina Abramović pubblica Walk Through Walls. A Memoir che viene subito tradotto in tutte le lingue diffondendosi a macchia d’olio. Il mondo l’aveva osservata nel 2010 al MoMa di New York con il fiato sospeso tra commozione ed entusiasmo, tante domande, alcune critiche e molte perplessità. 
Dopo pochi anni dall’evento, sancito da un record d’incassi, l’artista serba conosciuta nel mondo dell’arte come la grandmother della performance art, si racconta con l’aiuto di James Kaplan. 
Ne nasce un’autobiografia ironica, sincera, appassionata e interessante; un libro per tutti che cela un grande rischio: chi non la conosce, finirà per adorarla e chi l’adora l’amerà ancora di più.

 

 

Dall’infanzia alle prime performance…  

La prima parte del libro è dedicata al racconto dell’infanzia dell’artista: figlia di genitori comunisti, eroi di guerra, sotto il regime di Tito nella Jugoslavia post bellica, Marina cresce secondo una ferrea etica del lavoro. Ben presto manifesta la volontà di emanciparsi dalla famiglia attraverso i primi viaggi e le prime performance come la serie Rhythm (1972-1975) o Thomas Lips (1975). 
Al termine di una performance, Marina Abramović scrive: 

«Avevo fatto esperienza di una libertà assoluta; avevo sentito che il mio corpo era senza limiti e confini; che il dolore non aveva importanza, nulla ne aveva. Ed era inebriante. Ero ubriaca dell’energia soggiogante che avevo ricevuto. Fu in quel momento che seppi di avere trovato il mio medium. Nessun dipinto, nessun oggetto che potessi creare mi avrebbe potuto dare quella sensazione; e sapevo che sarei tornata a cercarla, non una ma mille volte.»

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… «È successa l’arte»

Già in queste prime performance l’artista testa i limiti del suo corpo, cercando sempre l’equilibrio tra incoscienza e controllo. Spesso sviene più o meno consapevolmente e il suo lavoro è segnato da un costante impegno.  Per quanto le performance siano spesso esagerate, sempre al limite, sul filo del rasoio, le pagine svelano una Marina molto diversa da quella delle sue performance: il senso di inadeguatezza e la timidezza che la pervadono sembra annullarsi e trovare sfogo nell’arte e nella relazione con il pubblico sempre essenziale. A questo proposito l’autrice scrive: 

«Ero sempre preda della vergogna e dell’imbarazzo. Da ragazza, non riuscivo a parlare con la gente. Adesso posso stare davanti a tremila persone senza appunti, senza una traccia di quello che dirò, anche senza materiali visivi di supporto; e posso guardare negli occhi ciascun membro del pubblico, e parlare per due ore senza fatica. Che cosa e successo? È successa l’arte.»

Si arriva così alla metà degli anni ’70 segnato dall’incontro con Ulay che sarà per i successivi dodici anni compagno di vita e collaboratore artistico. Il libro è, per molti versi, anche il racconto della loro storia d’amore che si può forse dire davvero conclusa solo quando Ulay decide di sedersi inaspettatamente davanti a Marina durante la performance The Artist Is Present. 

 

Marina e Ulay, Relation in Time, 1977

 

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The Artist Is Present

«Fin dal primo giorno della performance, il 14 marzo 2010, fuori dal MoMa si formò una coda lunghissima. Le regole erano semplici: ogni persona poteva sedersi davanti a me per tutto il tempo che voleva, breve o lungo che fosse. Ci saremmo guardati negli occhi. Non era permesso né toccarmi né parlarmi. Così cominciammo.»

The Artist Is Present è probabilmente la performance che l’ha consacrata come grande icona definitivamente. Il coinvolgimento così forte e intenso di un così vasto pubblico non poteva del resto passare inosservato. 
E tanti ancora oggi si chiedono perché? Perché tutta quella lunga fila per sedersi davanti a questa donna in silenzio per pochi minuti o qualche ora? 
Questa performance ha in realtà le radici nel tempo e una storia lunga e, per alcuni versi, travagliata. 

Nel 1979 Marina e Ulay compiono un viaggio in Australia in cui trascorrono sei mesi in compagnia degli anangu, popolazione aborigena australiana. L’artista riporta molte delle lezioni imparate grazie a questi:

«Il mio ricordo più intenso del deserto è l’immobilità. Il caldo era insopportabile. Con l’arrivo dell’estate, si potevano superare i 50 gradi. Era come avere davanti un muro caldo. Ti alzavi, facevi qualche passo e sentivi il cuore che ti martellava nel petto. Ti dovevi fermare. Gli alberi erano rari e c’era poca ombra. Quindi dovevi stare letteralmente immobile per lunghi periodi. Le cose si facevano prima dell’alba e dopo il tramonto. Punto. Per rimanere immobile durante il giorno, devi rallentare ogni funzione, dal respiro al battito del cuore.»

Marina e Ulay, Nightsea Crossing, 1981-1987

 

Da questa esperienza nasce la performance tra Marina e Ulay, Nightsea Crossing (1982), in cui i due siedono uno di fronte all’altra immobili per molte ore al giorno per un totale di sedici giorni.
Marina Abramović accompagna la narrazione con le pagine di diario scritte ai tempi e il lettore non può far altro che rimanere con gli occhi incollati davanti alle difficoltà fisiche e psichiche dei due. Quello stare seduti fermi che pian piano diventava puro e lancinante dolore. 
La figura che ne emerge è una Marina con volontà di ferro, disposta a sacrificare tutto per la sua arte e capace di affrontare il suo lavoro con anima e corpo.
Questa performance, che i due ripeteranno novanta volte, non fu solo dolorosa fisicamente, tanto da causare a Ulay un’ernia, ma portò anche a una prima crepa nel rapporto tra i due. Crepa che avrà il suo apice nella performance lungo la Grande Muraglia cinese (1988): partiti dagli estremi opposti, i due si sarebbero dovuti trovare a metà percorso, dopo tre mesi di cammino.

Dopo molti anni e altrettanti lavori, Marina Abramović torna a presentare una performance simile eppure molto diversa da Nightsea Crossing. Qui è sola, nulla la separa dal visitatore se non un piccolo tavolo quadrato che, nel corso dei mesi della performance, viene tolto per ridurre ancora di più la distanza tra lei e il visitatore. Il tutto viene filmato e fotografato. È proprio qui che il cerchio sembra chiudersi quando Ulay, invitato dalla stessa artista a New York, si siede inaspettatamente sulla sedia davanti a lei. Unico momento in cui l’artista lascia la sua posizione muovendosi, in un video che fa il giro del mondo commuovendo tutti.

The Artist Is Present, 2010, MoMa

 

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In The Artist Is Present, alla teatralità generale della scena, in cui tutto era pensato per costruire quel momento, si oppone un profondo legame che si instaura tra artista e spettatore. Nella stanza quasi vuota e silenziosa, Marina Abramović è presente, con tutta se stessa, per chiunque si sieda davanti a lei. Un’apertura verso l’altro che sembra simile a un rito purificatore in cui ogni sentimento ed emozione viene veicolato unicamente dallo sguardo. La centralità della relazione umana, quasi imprescindibile nelle sue performance, diventa qui ancora più essenziale e puro atto artistico.
Nel libro molte pagine sono destinate al racconto della performance con i dettagli organizzativi, la preparazione fatta seguendo l’addestramento della NASA, le difficoltà affrontate; il tutto viene raccontato con un’ immancabile ironia.

«Di una cosa ero molto fiera: di essere diventata maestra nell’arte di non starnutire. Funziona così. A volte, si sa, la polvere sospesa nell’aria fa venire un bisogno irrefrenabile di starnutire. Il segreto sta nel concentrarsi sulla respirazione fino a smettere quasi di inspirare; ma guai a trattenere il respiro, perché altrimenti scoppia lo starnuto. È una questione di forza di volontà: bisogna stare in equilibrio. C’è un effetto collaterale: cominciano a fare male gli occhi, sul serio. Ma lo starnuto è passato.
Per quanto riguarda le altre funzioni corporee, non provai mai il minimo bisogno di fare la pipì. Lo stesso con la fame: non pensavo mai al cibo. Il mio addestramento stile NASA aveva funzionato. Il corpo è una macchina di precisione, e una macchina può essere programmata perché faccia certe cose. Anche se non lo facciamo quasi mai. Alcune persone rimanevano sedute davanti a me per un minuto; altre per un’ora o più. Un uomo sedette davanti a me venticinque volte, la prima delle quali per sette ore […]
[…]Comunque era fondamentale tornare sempre indietro. Perché al centro della performance c’era la connessione con chi mi stava davanti. E più intensa era la connessione, meno spazio avevo per andare altrove

 

Questo rimane un libro per appassionati d’arte o neofiti che cercano qualcosa di nuovo. Una confessione che sembra parlare un po’ a tutti noi e in cui, tuttavia, è impossibile riconoscersi appieno data la singolarità del personaggio. Un racconto tra arte e vita che rimane sempre molto scorrevole, prova dell’ironia e passione di Marina Abramović.

 

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