Lucio Fontana: dall’Ambiente spaziale ai Tagli. Seconda parte

Dall’Ambiente spaziale ai Tagli.

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Fontana ha toccato la luna: l’Ambiente Spaziale 

Nel 1949 un titolo di giornale afferma: «Fontana ha toccato la luna!» L’articolo riporta la presentazione dell’Ambiente spaziale, opera allestita dall’artista nella Galleria del Naviglio di Milano. 
Fontana crea un lavoro che è per il pubblico un po’ come toccare la luna con mano, un’opera il cui fine è il superamento della tridimensionalità e del peso della materia. 
Le sculture sono leggeri corpi plastici, con un’anima in fil di ferro avvolta da carta macerata colorata. Forme poi sistemate nello spazio, sospesi con fili di nylon, e illuminate dalla luce di Wood o luce nera (una sorgente luminosa, cioè, che emette radiazioni elettromagnetiche perlopiù ultraviolette che induce effetti di fluorescenza). 

 

Immagiini dell’allestimento dell’Ambiente Spaziale, 1949

 

La sensazione sarebbe stata, per lo spettatore, quasi di una smaterializzazione della scultura in movimento grazie all’effetto delle ombre proiettate. 
Fontana crea qualcosa di mai visto prima, una nuova arte realizzata attraverso l’interazione tra spazio e materia capace di creare stupore e meraviglia. Qui l’artista sembra negare la plasticità delle forme che diventano solo ombre in lieve movimento. Un’arte capace di superare i concetti di scultura e pittura, realizzata attraverso lo spazio. 

Fontana muore in realtà qualche mese prima dello sbarco sulla luna ma, per gli spettatori presenti, l’artista era riuscito a far entrare metaforicamente quella luna nella stanza espositiva e con essa il desiderio di superare i limiti umani e artistici. 

 

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Triennale di Milano del 1951 

Nel disegno preparatorio del progetto dell’Ambiente spaziale presentato alla Triennale di Milano del 1951, si può vedere un’unica linea di neon si sviluppa nello spazio, sospesa; una scultura di luce che sembra diffondersi nello spazio. 
Nel disegno il colore del neon è esterno alla scultura vera e propria, sembra quasi che lo spazio circostante dia forma all’opera, portando a compimento l’idea del manifesto dello Spazialismo. 

 

Struttura al neon per la IX Triennale di Milano, 1951

 

L’idea è molto simile a quella dell’Ambiente spaziale del 1948 ma qui un’unica linea di luce al neon è posizionata sopra lo scalone d’onore dell’edificio della Triennale. Il soffitto viene dipinto di azzurro per richiamare il cielo sotto cui si sviluppa una vera e propria scultura di luce.
Poiché non abbiamo l’opera originale, è possibile vederne una simile all’ultimo piano del Museo del Novecento, anche se l’effetto raggiunto è ben diverso. Alla stanza con il soffitto color del cielo, si oppone la splendida vista sul Duomo che, oltre ad attirare l’attenzione del visitatore, porta in una dimensione diversa da quella originale. 

 

Buchi neri 

Negli stessi anni Fontana si dedica ai primi Buchi sulla tela e in questo periodo le sue opere compaiono sempre con il titolo: Concetto spaziale.
I buchi sono un’azione compositiva, segni di una mappa celeste realizzati bucando la tela con un punteruolo. Il gesto con cui essi sono creati diventa importante tanto quanto il risultato in cui si crea un passaggio tra la superficie e il retro della tela. 
L’idea di spazio si unisce alla metafora del buco nero come un passaggio che è ombra e vuoto. L’obbiettivo infatti non è capire cosa ci sia oltre questi buchi ma essi sembrano voler creare frammenti di spazio illimitato oltre la tela. Fontana inizia così a sfondare la bidimensionalità del medium che aveva costituito la tradizione artistica.

 

Concetto spaziale, 1950

 

Fontana vuole avvicinarsi all’idea della visione celeste e per farlo nel 1952, presenta alla mostra nella Galleria del Naviglio, delle fotografie di queste opere realizzate con una luce radente creando ombre che si proiettano nello spazio. L’idea è quella di eliminare la bidimensioinalità della tela facendola diventare un ambiente spaziale: è l’ambiente esterno che riceve dalla luce, e dalle ombre che vengono a crearsi, una conformazione nuova. 

 

Fotografia di Concetto spaziale, 1951

I buchi non vengono solo realizzati con il punteruolo ma spesso sono uniti ad altri materiali per esprimere il concetto di infinitamente piccolo che ha in sé una doppia tendenza, centripeta e centrifuga,  in cui la materia si sviluppa ed espande verso l’esterno e verso l’interno. L’idea del buco nero, nucleo originario e distruttivo verrà ripresa spesso nelle opere successive e si basa sulle nuove tendenze degli artisti nucleari.

 

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Ritorno alla materia: influenze informali 

Accanto a queste riflessioni sullo spazio, si nota in alcune opere una ripresa del concetto di materia. Seguendo le tendenze informali, nate prima in Francia e poi diffusesi anche in Italia, Fontana realizza opere come Concetto spaziale (1954).
Quadri materici in cui si assiste a una riflessione sulle opere di Tapies o di Alberto Burri. 
Qui possiamo vedere una composizione giocata su nero, bianco e rosso. Quasi viene alla mente Il bue macellato di Rembrandt e, come quello, la forma e il segno deciso diventano dominanti. Non abbiamo più la leggerezza della luce ma una pittura che vuole rievocare la pesantezza e concretezza della materia.

 

Concetto spaziale, 1954

È interessante ricordare quello che Enrico Crispolti, uno dei maggiori esperti di Lucio Fontana, chiama il Ciclo delle pietre. 
Opere realizzate negli anni ’50 in cui sono presenti pietre disposte sulla tela come accade in Concetto spaziale 1955. 
Una rotazione cosmica non più strutturata in una forma concentrica ma attraverso la disposizione di pietre nere e bianche. Una forma che sembra avere delle fattezze zoomorfe, costellazioni e animali sono del resto accostati fin dal mondo greco ed egizio. L’effetto che emerge è la complessità della superficie, in cui buchi e pietre si equilibrano in uno sprofondare ed emergere in superficie, che crea movimento.
Fontana rivolge un occhio al cielo e uno alla terra. Da una parte l’idea dello spazio cosmico dell’Ambiente spaziale, dall’altra piccole pietre disposte sulla tela che richiamano le cose di tutti i giorni.

 

Concetto spaziale, 1955

I Barocchi 

Fontana applica questa sua ricerca tra cielo e terra a due opere in particolare che ne svelano appieno gli aspetti simbolici: si tratta di Concetto spaziale. L’Inferno e Il Paradiso (1956). Queste due opere appartengono alla serie dei Barocchi (1954-1957), la cui gestualità esplosiva e le cui superfici abbondantemente dipinte canalizzano le forme irregolari del periodo barocco che caratterizza il periodo argentino dell’artista.
Le veloci applicazioni di pittura bianca, grigia e nera sono mescolate con sedimenti leggermente metallici. La zona della tela priva di pittura è riempita da buchi diffusi e pietre opache creando una zona di passaggio. Questo portale è dunque incorniciato da ornamenti impastati di pittura a olio scuro. È impossibile non ricordarsi della Porta dell’Inferno di Rodin, le cui sculture bronzee sono ispirate da Dante. 

 

Concetto spaziale. L’Inferno, 1956

Tra le due opere ci sono forti analogie nell’impostazione materica e di colore. 
Nell’ Inferno si ha un’idea di svuotamento accentuato dal colore scuro, mentre il Paradiso è più luminoso, quasi un’immagine cosmologica. L’inferno sembra assorbire più che riflettere la luce, comunicando una profondità abissale al posto di una superficie scintillante, mentre il Paradiso sembra suggerire il contrario in un equilibrio di forze.
Arriva alla concezione di queste due opere grazie all’esperienza acquisita nella lavorazione della ceramica.

 

Concetto spaziale. Il paradiso, 1956

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Gli Inchiostri

Gli inchiostri sono una serie di opere realizzate tra il 1956 e il 1959, così definite per l’uso di aniline distribuito sulla tela, perforata da costellazioni di buchi per delineare sagome dalle forme irregolari. 
In queste opere la materia viene a mancare per una maggiore rarefazione più simile ai Tagli che seguiranno la sua riflessione artistica.

 

Serie delle Nature

Sempre partendo dall’infinitamente piccolo, il nucleo originario del mondo, tra le ultime riflessioni dell’artista troviamo opere come Concetto spaziale. Nature (1959-1960).

 

Concetto spaziale. Nature 1959-60

 

Si tratta di sfere irregolari realizzate in terracotta, alcuni poi fuse in bronzo, forate o slabbrate che danno l’idea di materia che trattiene l’energia del gesto che le ha plasmate. Un agglomerato di materia che ribolle, come un nucleo che nasce dalla stessa materia. L’interessi per questi elementi è da leggere in relazione alla nascita del movimento nucleare milanese.
Le sculture di Fontana si pongono nello spazio come nuclei in divenire, potenzialmente capaci di generare infinite altre forme.

 

I Tagli 

I primi tagli sono realizzati nel 1958: un gesto demiurgico, creativo, un’azione dell’artista per modificare il reale conosciuto. Questo coincide con un rifiuto della pittura precedente ma non è un atto distruttivo, riflette invece sulle nuove possibilità della pittura e dell’arte. 
Il taglio è sempre su una superficie monocroma che richiama l’azzeramento della pittura ad un unico colore. Tagli ieratici che sfondano la tela che lascia intravedere uno spazio cosmico oltre i limiti conosciuti. Dietro i tagli di fontana non viene mai lasciata la parete espositiva nuda ma l’artista inserisce sempre superfici scure, come garze, che accentuano l’idea dell’ignoto. Negli anni ’60 verranno posizionate dietro alle tele anche luci al neon per rappresentare ancora di più l’idea dello spazio cosmico. 

 

Tagli,1958

 

Nei Tagli si può vedere uno slittamento della luce causato dai giochi di chiaro scuro ottenuti nello squarcio che rompe la tensione della tela. Fontana si muove così da opere che ricordano la vita reale e quotidiana nella sua componente materica a l’immensità buia dell’infinito, tutto questo rimanendo fedele alla tela e cercando di superare i limiti della pittura, come già aveva fatto con la scultura. 
Si crea così un’arte che non è né pittura né scultura ma che ha il fascino delle prime scoperte e racchiude il concetto della piccolezza dell’uomo contro l’immensità dello spazio infinito.

«…è l’infinito, e allora buco questa tela, che era alla base di tutte le arti,
ed ecco che ho creato una dimensione infinita,
un buco che per me è alla base di tutta l’arte contemporanea, per chi la vuol capire.
Sennò continua a dire che l’è un büs e ciao…»

 

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