Il volto di Venezia tra ‘300 e ‘400 

Passeggiando per le calli di Venezia si vedono a colpo d’occhio gli strati della storia della città depositati sui suoi edifici.
Il Quattrocento veneziano testimonia un periodo culturale in cui, ancora una volta, la città dimostra la sua unicità in relazione alle novità nel resto della penisola italiana. Le novità architettoniche a Firenze prima, con Brunelleschi e Alberti, e a Roma poi, si scontrano con la tradizione di Venezia votata fin dal medioevo verso le soluzioni estetiche orientali. 
Si crea però, seppur a fatica, nel corso del Quattrocento un lento allineamento alle innovazioni del resto dell’Italia filtrato però sempre dall’occhio critico veneziano. 

 

L’eredità medievale 

In un contesto ancora medievale, la classe aristocratico-borghese aveva investito nell’articolazione pubblica con la realizzazione di edifici che segnano le fondamenta imprescindibili del volto di Venezia ancora oggi. 
L’eredità architettonica più grande in questo periodo è il sistema della casa-fondaco: una casa che associa alla funzione residenziale e quella mercantile con spazi per la vendita.
Un esempio di questo sistema è la Ca’ del Mosto che presenta un fronte verso il canale e uno verso la strada in modo da creare contemporaneamente un dialogo con entrambe le realtà. Questo avviene grazie al portego al piano terra: una zona passante che collega la via d’acqua alla strada, uno spazio per muoversi e organizzare materiali per il commercio con magazzini. 

 

Ca’ Loredan, esempio di casa-fondaco

 

Spesso la struttura si articola su due o tre piani con un piano nobile principale caratterizzato da un salone di passaggio attorno al quale si sviluppano le stanze dei vari nuclei famigliari, visibile dall’esterno per le strutture ad arco. La casa diventa così un luogo che custodisce la storia della famiglia. Questa suddivisione è ben visibile dall’esterno nell’articolazione irregolare delle finestre con spesso una soluzione ad arco traforata che sottolinea il salone centrale, diversamente dalle ali più massicce con appartamenti. 

 

Il Quattrocento 

Mentre a Firenze Brunelleschi realizzava la Sacrestia Vecchia di S. Lorenzo a Firenze, ponendo le basi per un nuovo sistema architettonico, Venezia guardava ancora una volta all’identità medievale come si può vedere nella Ca’ d’Oro, edificio realizzato a partire dal 1423

 

Ca’ d’Oro (1423-1436), Giovanni Bon

 

Questa presenta un’articolazione della facciata su tre livelli in cui si conserva l’idea della casa fondato. Al piano terra quindi si ha un portego sviluppato orizzontalmente con cinque arcate, di cui solo quella centrale a tutto sesto, mentre quelle laterali ancora a sesto acuto con un retaggio medievale e orientale. 
Sopra a questo il salone passante presenta finestre traforate slanciate ai cui lati troviamo le ali con gli appartamenti. 
Nella struttura l’ordine delle colonne compare ma senza quel riferimento all’antica che Brunelleschi e Alberti cercavano con precisione quasi filologica. Nella parte superiore invece compare una serie di spuntoni ripresa da Palazzo Ducale in Piazza S. Marco (ancora medievale). Queste, che generalmente vogliono mediare i passaggi luministici tra la struttura muraria e il cielo, in questo caso vogliono sottolineare un preciso orientamento politico di Marino Contarini, committente dell’opera, a sostegno del futuro doge. 
L’architettura quindi non vuole solo sottolineare una ripresa consapevole dell’identità unica veneziana del passato, ma, come spesso accade, è anche strumento politico. 

 

Leggi anche:   Quando un libro è espressione d'arte (2021): mostra a Milano allo Spazio Mantegna

 

I primi tentativi di dialogo 

Risalente ormai alla seconda metà del Quattrocento è la Ca’ del Duca, tentativo non concluso di riprendere la tradizione e le novità del resto dell’Italia. Anche questa è una scelta politica dell’èlite veneziana.
La struttura viene infatti commissionata dalla famiglia Corner nell’ottica di un acquisto da parte del duca Francesco Sforza che necessitava di una base d’appoggio politica in Laguna.
Il capomastro, Bartolomeo Bon, secondo una logica frequente nell’Italia centrale, pensa a una struttura compatta in cui si abbandona l’idea della casa fondaco e la struttura del portego.

 

Ca’ del Duca, dal 1457, Bartolomeo Bon

 

La struttura presenta un basamento continuo con bugnato a punta di diamante che avrebbe presentato sull’angolo una colonna gigante a fusto liscio incassata nel volume del muro. 
Venivano così riprese alcune delle principali novità architettoniche del tempo: l’uso dell’ordine all’antica e l’utilizzo del bugnato in una struttura regolare. 
Il progetto viene abbandonato per ragioni politiche in cui gli interessi dello Sforza si allontanano da Venezia. 
Nonostante il tentativo non pienamente riuscito, esso rappresenta una tappa importante rivolta verso il mondo architettonico romano e fiorentino. 

 

Se da una parte Venezia vuole sottolineare la sua indipendenza culturale e politica da Roma e Firenze, non è estranea ai cambiamenti di queste. Negli stessi anni ci sono infatti dei precisi tentativi di dialogo, più riusciti, con queste novità. Un esempio può essere la porta Magna dell’Arsenale. 

 

Porta Magna dell’Arsenale, 1457 ca., attribuita a Bartolomeo Bon e Filarete

 

La Serenissima, i cui rapporti si fanno tesi con il mondo arabo in questo periodo, inizia a rivolgersi più concretamente all’entroterra.
La struttura vede forse la collaborazione tra Bartolomeo Bon e Filarete, quest’ultimo fiorentino a Venezia per vicende diplomatiche. I due articolano un portale all’antica accostato a una struttura medievale che denota il suo valore militare, con un profilo merlato e una torre dell’orologio solida e austera. 
Il portale invece, esplicitamente classico, ricorda un arco trionfale, con arco a tutto sesto, che poggia su coppie di colonne corinzie che reggono una trabeazione aggettante. Sopra un’edicola con il leone, simbolo di Venezia. Si ha quindi un episodio all’antica incastonato in struttura medievale. 

Il modello di partenza non è casuale. La struttura riprende infatti l’arco dei Sergi a Pola, testimonianza dell’antico in territorio veneziano. Questa apertura al mondo antico è ancora una volta filtrata attraverso episodi specifici che testimoniano l’identità architettonica veneziana. 

 

Leggi anche:   Marina Abramović: "Walk Through Walls. A Memoir"

Una nuova identità veneziana 

In contesto chiusura ci sono episodi sporadici che tentano la rottura con la tradizione e l’architetto che ne è il maggiore fautore, nella seconda metà del Quattrocento, è Mauro Codussi, bergamasco che unisce le novità viste nella penisola italiana con la tradizione veneziana. Questo si vede molto bene nella facciata di San Michele in Isola, realizzata intorno al 1468. 

 

Mauro Codussi, San Michele in Isola, dal 1468

 

La struttura presenta un impianto basilicale con tre navate, scandita da colonne con arcate e presbiterio cupolato chiuso da un’abside semicircolare. Anche le navate laterali terminano con campate cupolate. La pianta risente della ripresa di Sant’Apolinare in Classe a Ravenna, dove Codussi lavora ed entra in contatto anche con le idee di Alberti. 
La facciata della chiesa è un tentativo chiaro, di un architetto estraneo a Venezia, di introdurre una logica ispirata all’antico secondo le novità attuali italiane e in particolare rispetto ad alberti. 
La facciata suggerisce l’articolazione interna tripartita tramite i piedritti con applicazione dell’ordine architettonico con paraste che reggono una trabeazione che prosegue lineare su tutta facciata e in aggetto. Il capitello è un chiaro riferimento alla facciata di Santa Maria Novella di Alberti, che a sua volta deriva dalla Basilica Emilia di Roma. 

Il secondo registro superiore inquadra un rosone con finestra centrale che illumina l’interno. Anche qui si ha il ricorso all’ordine architettonico con paraste laterali che sorreggono la trabeazione su cui si imposta un timpano semicircolare decorato. 
Il passaggio tra il registro inferiore e quello superiore avviene con l’inserimento di sezioni di timpano curvilinee che ricordano chiaramente la soluzione di Alberti nel Tempio Malatestiano, nella sua idea originaria.

La facciata in pietra d’Istria unisce alle soluzione all’antica, la luminosità e attenzione alla luce tipiche veneziane.  

 

Leggi anche:   Immagine e potere: l'arco di Dürer

Le abitudini sono dure a morire  

 

Mauro Codussi, Palazzo Vendramin, 1494-1509

 

Nonostante questa lenta e faticosa apertura dell’architettura veneta, le abitudini sono dure a morire. Ne è un esempio Palazzo Vendramin realizzato a partire dal 1494 sempre da Codussi. 
La facciata è articolata con un linguaggio all’antica che dialoga con la tradizione veneziana. 
La scansione in tre registri con l’uso dell’ordine architettonico classico si confrontano con la struttura del portego veneziano in una scansione con un salone centrale e ali laterali.

È solo con l’inizio del Cinquecento che a Venezia Codussi iniziava a delineare uno stile coerente che unisse la tradizione del passato inaugurata a Firenze da Brunelleschi, con l’identità veneziana di fondamento gotico. Una quindicina di anni dopo la conclusione di Palazzo Vendramin, Giulio Romano iniziava la costruzione di Palazzo Tè (1525 – 1535) inaugurando i caratteri propri dell’architettura Manierista iniziando a sovvertire in modo ironico e irriverente i caratteri fondanti del linguaggio classico e rinascimentale. 

Lascia un commento