Leggendo Delitto e castigo

Scrivere di uno dei romanzi più famosi di tutti i tempi non è impresa semplice. In questo articolo però cerchiamo di dare qualche spunto, qualche idea che possa spingere coloro che non hanno mai letto Delitto e castigo a leggerlo e a collocarsi nella lunga tradizione di lettori di questo capolavoro. 

 

L’edizione Feltrinelli a cura di Damiano Rebecchini

L’eroe è un cattivo

«Ho ucciso solo un pidocchio, Sonja, un inutile, schifoso, dannoso pidocchio!»

Non riveleremo nessun dettaglio della trama, se non quello che tutti conoscono e che si scopre nelle prime cento pagine: Raskol’nikov, il protagonista, compie un delitto (forse anche due). Il resto del romanzo narra delle conseguenze di questo delitto sulla psiche e sulle relazioni di Raskol’nikov, studente squattrinato. Capita spesso che il protagonista di una narrazione sia tutt’altro che buono, ma non sono molti i romanzi in cui, con focalizzazione sul protagonista, il lettore possa e riesca davvero a identificarsi con un cattivo. 

Lo stesso Damiano Rebecchini, traduttore dell’edizione Feltrinelli che consiglio per scorrevolezza e proprietà di linguaggio, pone l’accento su questo tema nella sua introduzione: «poiché rappresentano realtà umane universali, in cui ognuno di noi può facilmente immedesimarsi, questi romanzi allargano il nostro orizzonte non solo culturale e intellettuale, ma anche in qualche modo esistenziale, dandoci la possibilità di vivere esperienze, compiere scelte, anche estreme, senza poi doverne subire le conseguenze». Per dire la stessa cosa in altra parole, possiamo intendere questi grandi romanzi come un banco di prova per vite che potremmo non vivere mai; sperimentare però come andrebbero le cose se ci capitasse una situazione simile, ci insegna a muoverci meglio anche nel nostro universo quotidiano. 

 

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Si conosce già il colpevole 

Nonostante qualcuno abbia suggerito che questo romanzo sia una sorta di giallo ante litteram, non mi sento di concordare. I motivi sarebbero molti, ma il principale è che il mistero in tutte le sue forme (delitto e conseguente inchiesta sul colpevole, ad esempio) sono elementi presenti in molti romanzi ottocenteschi. Dunque tutti sarebbero, in quest’ottica, dei gialli. Ma le differenze rispetto al genere novecentesco del poliziesco qui sono molte: basti pensare al fatto che l’indagine sarebbe fin troppo semplice, considerando che Raskol’nikov spesso, nei suoi deliri, rivela molti dettagli. Dunque forse questo potrebbe essere un romanzo psicologico, se proprio si desidera etichettarlo. 

Ad ogni buon conto, l’indagine da parte di Porfirij Petrovič, giudice istruttore, è un elemento preponderante della narrazione.

Se avete avuto occasione di guardare la serie TV Il tenente Colombo, con Peter Falk, avrete sicuramente trovato un elemento curioso: il telespettatore sa chi è il colpevole del delitto fin dalle prime scene e tutto l’episodio è focalizzato sulle indagini. Da qualche tempo quegli episodi sono disponibili su Amazon Prime Video: senza voler porre paragoni indebiti, vi consiglio di notare come l’espediente del colpevole rivelato fin dall’inizio sia il medesimo del romanzo di Dostoevskij.  

Colpa e malattia 

Ai delitti segue uno stato d’animo che è il secondo protagonista di questa vicenda. La psiche turbata, che oscilla fra uno stato di malattia e uno di perfetta lucidità, è davvero il principale motore delle azioni del sistema dei personaggi che ruota intorno a Raskol’nikov. La città, San Pietroburgo, è la proiezione della mente stessa del giovane studente, macchiatosi di queste gravi colpe. 

«Anche qui, non si respira, anche per strada… sembra di star chiusi in una stanza senza finestre. Dio mio, che città!… Fai attenzione di qua, scansati di là, tutti che ti investono, che trasportano qualcosa! Cos’era quello, un pianoforte, vero? Davvero… come spingono tutti qua.»

 

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Romanzo di idee 

Lungo il romanzo sono disseminate diverse teorie sull’uomo, sull’umanità e sul ruolo di alcuni individui scelti e particolari. Spicca quella di Raskol’nikov, così particolare e complessa. 

«I vari Licurgo, Solone, Maometto, Napoleone e così via, tutti, sino all’ultimo, sono stati dei criminali per il solo fatto che facendo una nuova legge, con ciò stesso infrangevano la vecchia legge che prima era stata religiosamente rispettata e trasmessa dai padri; e certo non si arrestarono di fronte al sangue (a volte versato in modo anche innocente e valoroso in difesa della vecchia legge), se solo questo poteva essere loro di aiuto.»

E solo col dipanarsi della vicenda capiremo se Raskol’nikov si senta davvero un Napoleone o meno. 

Per saldare il conto 

In quale momento della propria vita, la creatività di uno scrittore potrebbe partorire un romanzo che narra di una vicenda così torbida, ma al contempo così umana? La vita di Fëdor Dostoevskij è tutta un’avventura di sofferenza e riscatto. Incredibile è il frangente in cui viene scritto questo capolavoro. Dopo una vita trascorsa a combattere con l’epilessia e dopo essere stato graziato in extremis prima dell’esecuzione della condanna a morte, ormai senza soldi, scrive questo romanzo per poter pagare il conto dell’albergo in cui alloggia. Scrive una lettera al direttore di una rivista e spiega l’idea di base della storia: «Si tratta del resoconto psicologico di un delitto». 

Per comprendere meglio la lunga genesi di questo e degli altri capolavori, consiglio un libro, un vero tomo come molti dei romanzi dell’autore, Lettere di Dostoevskij, uscito nel 2020 per il Saggiatore a cura di Alice Farina. 

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